sabato 25 maggio 2013

Il Piave mormorava


venerdi 24 maggio 2013

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S'udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l'onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: "Non passa lo straniero!"
Ma in una notte triste si parlò di tradimento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
per l'onta consumata a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i ponti.
S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde.
Come un singhiozzo in quell'autunno nero
il Piave mormorò: "Ritorna lo straniero!"
E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame
voleva sfogar tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l'onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: "Indietro va', straniero!"
Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l'ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l'italico valore
le forche e l'armi dell'Impiccatore!
Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

(Inno nazionale dal 1943 al 1946) 

Era un lunedì. Alle 3:30, precedute dai tiri degli obici, le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, puntando verso le «terre irredente» del Trentino, del Friuli, della Venezia Giulia. Nel 1918, a guerra finita, un poeta e musicista napoletano, Giovanni Gaeta, più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario, trasformò quel momento nella «Leggenda del Piave», una canzone destinata a entrare nella memoria collettiva degli italiani.

La leggenda del Piave, meglio conosciuta come la canzone del Piave, si ispira a fatti storici che risalgono al giugno 1918, quando l'Austria-Ungheria decise di sferrare un grande attacco sul fronte del Piave contro l'esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto, ma alla fine fu costretta a ripiegare. L'inno, composto proprio in quei  giorni, contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore, nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso. La data del 24 maggio, riferita all’entrata in guerra dell’Italia, fu poi rievocata anche nel famoso bollettino del generale Armando Diaz subito dopo la vittoria, nel 1918: "La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta".

La canzone, scritta nel 1918 dal maestro Ermete Giovanni Gaeta, è stata persino adottata come inno nazionale italiano, dal 1943 al 1946, prima che venisse scelta la composizione di Mameli.



Gianni Massai

lunedì 20 maggio 2013

Integrazione degli stranieri. La terza via italiana


Prendendo come spunto la festa delle culture che ha avuto luogo a Sinalunga domenica 19 maggio approfitto per rendere chiara la nostra visione riguardo a questo argomento di cui molto si sta dibattendo a livello nazionale. Quando il primo ministro britannico, James Cameron, all’inizio di quest’anno ha scosso il mondo intero dichiarando il fallimento del multiculturalismo, in tutto l’Occidente si è riacceso più forte che mai il dibattito su quale sia la via migliore per l’integrazione. Se il multiculturalismo è fallito e l’assimilazionismo tradisce un forte retrogusto neocolonialista, si impone la ricerca di una terza via, che sia “altra” rispetto a entrambe. Una terza via che potrebbe essere tutta italiana.

Alla domanda su cosa debba fare un immigrato di seconda generazione, integrarsi o mantenere l’identità e le tradizioni del paese di provenienza, la risposta può quindi essere una sola: integrarsi mantenendo le proprie tradizioni. “Integrare” deve poter significare amare il luogo in cui si è nati o si è deciso di vivere senza dover per questo rinunciare alla propria cultura di origine. Senza recidere le proprie radici o rifugiarsi esclusivamente all’interno di queste.

Mi sembra un punto focale, ma invece di ragionare in astratto intorno al significato delle parole identità, tradizione e integrazione vorrei riprendere un SMS ricevuto il 17 marzo, giorno dell’anniversario dell’Unità d’Italia, dal nostro leader nazionale Giorgia Meloni, che dice: «Cara Giorgia, a prescindere dalle polemiche sulla festa della nostra amata Italia è stato meraviglioso e solenne ricordare la nostra storia e il tesoro di cui dobbiamo essere degni eredi. Ricordare poi quella breve ma intensa e appassionata lezione sui ragazzini del Risorgimento che ci hai donato ha completato il senso dell’italianità che ci accomuna. Un caro saluto, Lubna Ammoune». La sua passione, il rigore, la conoscenza vera, approfondita e sentita della questione mi fanno pensare all’immenso patrimonio di energie ed entusiasmo che può venirci da una nuova generazione di italiani come lei.

Questa è la “via italiana” all’integrazione: la via che valorizza e non cancella l’identità. E passa per una doppia appartenenza, per una sintesi autonoma ed eclettica. È una via che conosciamo bene, meglio di chiunque altro su questo pianeta, perché l’abbiamo già percorsa attraverso l’emigrazione italiana nel mondo. Un modello di attaccamento alla propria terra di origine più forte di qualunque cosa. Più forte persino di quello di chi non si è mai allontanato neppure un giorno dall’Italia. Eppure questo grande amore per le proprie radici, anche a distanza di secoli e generazioni, non ha impedito una integrazione talmente profonda e capillare da esprimere sindaci di New York, presidenti indiani, eroi di guerra, campioni sportivi e quant’altro. Si tratta forse di qualcosa che è presente nel nostro DNA fin da tempi antichissimi. Basti pensare a Roma e alla sua capacità di farsi condividere persino dai popoli conquistati con la violenza delle armi. Sarebbe quindi un controsenso storico non valorizzare oggi una via italiana alla giusta integrazione. Quando si parla di immigrazione, la tentazione dell’ideologia, della risposta faziosa e scontata, è sempre in agguato. Così come la tentazione dell’ipocrisia, o del buonismo, o del razzismo. Spesso l’immigrazione viene trattata dalla politica e dall’informazione solo in termini di emergenza e non di opportunità. E dietro la scelta di un vocabolo piuttosto di un altro c’è tutto un mondo di significati diversi. C’è una profonda differenza, ad esempio, tra “tolleranza” e “rispetto”. A me, infatti, non piace la parola “tolleranza” perché non devo “tollerare” alcunché, né devo essere tollerato. Preferisco parlare di una cultura del rispetto. La tolleranza è diventata sinonimo di rinuncia ai propri valori e alla propria essenza, senza nemmeno arrivare a conoscere davvero l’altro. Rispetto deriva invece dal latino respicere, cioè guardare in profondità, cogliere l’essenza dell’altro.

Che cosa può spingermi ad avvicinarmi all’altro, a volerlo conoscere? Certamente il rispetto, non la tolleranza che mi terrà sempre a distanza di sicurezza e mi farà diffidare di lui. Chi è sicuro della sua identità non ha alcun problema a dialogare con chicchessia. Nessuno può farci arretrare dalle nostre conquiste di civiltà e democrazia, mentre chiunque venga con lo stesso atteggiamento di rispetto può solo arricchirci. Questo è poi il motivo per cui ho così in odio il razzismo e i razzisti, per cui mi disgusta chi parla degli immigrati in termini dispregiativi. Solo le persone deboli possono infatti temere il confronto e il dialogo con chi ha un’altra nazionalità, un’altra cultura, un’altra religione, o con chi ha fatto scelte di vita diverse. Io non faccio passi indietro. Non sulla mia identità e sulla mia storia. Ecco perché non mi piace la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo secondo la quale esporre il crocifisso nelle classi è «contrario al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione». Credo sia una sentenza insensata e scandalosa, oltre che pericolosa. Il crocifisso è contrario a diritti e libertà? Nient’affatto. È il simbolo che per primo ci ha insegnato il rispetto degli altri, il loro valore e il valore della solidarietà, che ci ammonisce sui diritti inalienabili degli esseri umani, tutti, prima ancora che dei cittadini. Se c’è qualcuno che davvero si sente offeso dal simbolo del crocifisso e vuole obbligarmi a toglierlo, allora non dovrebbe scegliere di vivere qui. Perché questa è la nostra storia, veniamo da lì e se a qualcuno non piace non sono obbligato a fare un atto di abiura.

Mi piace riferirmi alla laicità positiva di cui parlarono Sarkozy e Benedetto XVI in un loro incontro di qualche tempo fa. Come loro auspico l’avvento di una laicità positiva che, pur vegliando sulla libertà di pensiero, non consideri le religioni un pericolo ma una ricchezza. Le religioni infatti rappresentano un ostacolo solo allo sviluppo di quella cultura nichilista che finisce per confondere i capricci con i diritti. Credo anzi che le religioni possano aiutare gli uomini a non smarrirsi nel presente o in se stessi. Mi ha sempre affascinato la vicinanza di quel detto ebraico che dice «Quando l’uomo pensa Dio sorride» con la celebre affermazione del filosofo islamico Averroé «Chi pensa è immortale, chi non pensa muore». Il pensiero è religione e viceversa.

Ma come viene vissuta questa corrispondenza dai giovani delle seconde generazioni? L’espressione più utilizzata per identificare la radice delle difficoltà o del rifiuto da cui si sentono talvolta attorniati i giovani stranieri intervistati per la ricerca sociale sull’immigrazione effettuata dal Ministero dell’Interno è “ignoranza”. Ignoranza di cosa sia l’Islam, delle differenze esistenti tra un marocchino, un algerino, un egiziano; del fatto che i giovani di seconda generazione, cresciuti in Italia, parlino benissimo l’italiano. Questi giovani attribuiscono ai mass media molta responsabilità «nella diffusione della diffidenza e del razzismo», perché raccontano l’immigrazione «evidenziando e dilatando gli episodi di devianza e di criminalità e trascurando tutto il resto. La realtà degli immigrati, la loro quotidianità, le trasformazioni, la loro cultura sono tutti aspetti che non trovano spazio nei media». Condivido molto quest’analisi.

Con Giorgia Meloni ministro della Gioventù ci siamo posti il problema “dell’ignoranza” in questa materia. Sono stati forniti ai punti Informagiovani materiale e guide per aiutare i ragazzi stranieri che si rivolgono a quegli sportelli: dalle informazioni sui permessi di soggiorno e le pratiche per la cittadinanza, fino ai corsi e alle opportunità di integrazione. Sono anche stati forniti una serie di schede-paese che possono servire a conoscere i paesi extraeuropei dai quali proviene la maggior parte degli immigrati.

Particolarmente interessante è anche la questione che riguarda più direttamente la scuola. È ovvio infatti che la scuola sia il luogo principe dell’integrazione. Ciò che emerge è una situazione in cui in generale la stragrande maggioranza dei ragazzi italiani e dei ragazzi di seconda generazione si considera “molto integrata” nella realtà sociale. La percentuale è un poco più bassa, ma non troppo, se si fa la stessa domanda ai ragazzi stranieri. C’è però un dato che considero interessante, e riguarda la consapevolezza della cittadinanza: né i ragazzi italiani né quelli di seconda generazione hanno in effetti idea di come funzioni la legge sulla cittadinanza. L’appartenenza alla stessa comunità scolastica e sociale è per loro elemento sufficiente, mentre il resto, ai loro occhi, sembra essere più che altro un problema burocratico.

Questo ci porta ad affrontare in concreto il nodo della cittadinanza. Al netto di tutte le teorie e di tutti i dibattiti che possiamo costruirci intorno, c’è un principio che mi sta a cuore e dal quale vorrei partire: “L’Italia a chi la ama”. Penso che la patria non sia un dato che si acquisisce per mera discendenza, qualcosa che ci troviamo a ereditare e archiviamo. La patria è una scelta che rinnoviamo ogni giorno, una scelta libera e appassionata. Dobbiamo considerare che oggi ci sono migliaia di ragazzi stranieri che sono nati e cresciuti in Italia e di fatto sono italiani come i loro coetanei. Il punto resta dunque quello di calare nell’ordinamento dello Stato l’affermazione di principio “l’Italia a chi la ama”. Una questione di cui ultimamente si dibatte molto e che personalmente ritengo si debba affrontare senza demagogie inutili né scorciatoie, ossia integrando lo ius sanguinis con lo ius soli. Il diritto alla cittadinanza per “linea di sangue” non è infatti una questione di razza o di etnia, rispecchia il concetto per cui chi è figlio di italiani è italiano, perché avrà ricevuto dalla sua famiglia una formazione culturale e civica che fa di lui un cittadino italiano. Ma, allo stesso modo, bisogna riconoscere che un giovane può essere forgiato come cittadino italiano anche in altri modi. E penso ovviamente al ruolo della scuola. Sono in generale contrario all’ipotesi di ridurre a zero o quasi i tempi per la cittadinanza o di renderla automatica dopo un certo periodo di permanenza, ma credo che un giovane, nato o no in Italia, se frequenta con profitto la scuola dell’obbligo, debba essere considerato alla stregua di un figlio di italiani. E che abbia diritto, quindi, alla cittadinanza italiana.

Dall’esame dell’attuale legge per l’acquisizione della cittadinanza appare chiaro che molto può essere migliorato per facilitare i ragazzi delle seconde generazioni. Favorendo, ad esempio, il riconoscimento formale del loro status sostanziale prima della maggiore età e rendendo più semplici le pratiche per la cittadinanza una volta maggiorenni. Non sarebbe nulla di più se non il giusto riconoscimento per quei ragazzi che sono italiani a tutti gli effetti.


Gianni Massai

domenica 24 luglio 2011

Sinalunga all'avanguardia negli svuotamenti e pulizie... di negozi e abitazioni private (ovvero l'isola felice che non c'è)

Il Cittadino Online 10/07/2010
 (per leggere l'articolo clicca sull'immagine o su
Decisamente ciò che è accaduto in questi ultimi mesi a Sinalunga lascia a bocca aperta: rapinati nell’ordine una tabaccheria, un negozio di alimentari, una gioielleria (per ben due volte), un negozio di biciclette. E prima ancora, in ordine inverso, un furgone portavalori, una ferramenta e una serie di appartamenti. Non è finita qui : arrestata anche una persona che coltivava marijuana lungo il torrente Foenna. Insomma ce n’è veramente per tutti i gusti, anche se, fortunatamente, non tutti questi furti hanno avuto successo, ma rimane lo stesso il sapore di una insicurezza diffusa in questa estate ricca di problemi nazionali di vario genere. Verrebbe proprio da pensare che, se in altre zone d’Italia ripulire il territorio è un problema, qui noi siamo veramente all’avanguardia in questo campo: abbiamo una squadra attrezzata che ripulisce sistematicamente pubblici esercizi e abitazioni private. Purtroppo però non stiamo parlando di spazzatura e quindi, al di là delle facili ironie, il problema è molto serio. E’ necessario che in chi delinque cessi di esistere la certezza di non essere scoperto e di potersi godere il maltolto.
Il presente articolo pubblicato
sul Corriere di Siena il 25/07/2011
 (per ingrandire clicca sull'immagine)
E’ comunque evidente che a Sinalunga ci sia una situazione difficile e complessa legata alla legalità e che i nostri amministratori non vadano mai oltre le chiacchere. I cittadini aspettano risposte serie e si chiedono ad esempio quando spunteranno le “23 videocamere posizionate nei maggiori centri abitati del Comune dei principali centri urbani, collegate direttamente alle centrali operative delle Forze dell’ordine” con cui “innalzare ancora di più il senso di sicurezza dei cittadini”, per dirla con le parole di chi dovrebbe gestire il territorio. Qualcuno il 10 luglio di un anno fa affermava anche che di fronte a questo progetto, rivelatosi fantasma, “spiace che qualcuno sfrutti a proprio favore episodi spiacevoli per diffondere un senso di insicurezza non motivato. C’è chi risponde alle questioni con fatti concreti, come il Comune di Sinalunga e la Regione Toscana”. Ora alla stessa persona, ma anche a tutta l’amministrazione comunale, chiediamo: ma davvero i nostri timori erano immotivati?
Rassegnamoci perché le considerazioni più recenti sullo stato di sicurezza di Sinalunga la dipingono come un'isola felice. Che però non c'è. Per maggiori spiegazioni chiedere a Peter Pan.

lunedì 25 aprile 2011

Il "passaggio": vero senso della Pasqua

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Poche ore prima di essere arrestato, processato e condannato, Gesù rivolge queste parole, così come ci sono state tramandate dall’evangelista Giovanni, ai suoi discepoli. Gesù già conosceva il drammatico destino che lo attendeva e per questo voleva da loro accomiatarsi lasciandogli l’ultimo insegnamento.
Il senso della Pasqua sta, fin dalla sua origine ebraica, nel “passaggio”: dall’Egitto alla Terra Promessa con Mosè, dalla morte alla resurrezione con Gesù. Un passaggio doloroso da percorrere fino in fondo per raggiungere la grande meta finale. Anche il suo nome ce lo ricorda: deriva dall'ebraico "pesach" che significa appunto "passaggio".
Sono passati più di duemila anni da quando Gesù morì in croce e risorse dal sepolcro poco fuori Gerusalemme, ma il messaggio è sempre attuale. La vita è di per sé un passaggio difficoltoso, a volte doloroso, a cui non dobbiamo mai rinunciare. Il mondo moderno ci ha portato a rinunciare al dolore, ad allontanarlo ad ogni costo dalla nostra esistenza: una volontà assolutamente ipocrita. Il dolore c’è, ogni giorno, in ogni angolo del mondo e la sfida è nel dargli un senso, nel far sì che sia funzionale alla crescita di ognuno. Questo è il messaggio che passa sottotono forse soprattutto fra i più giovani: accettare la sconfitta ma da lì ripartire verso una vittoria, lo stesso pensiero che ritroviamo nella sportività classica.
Nell’epoca della crisi finanziaria e dei valori il “comandamento nuovo” che Gesù lascia agli apostoli durante l’Ultima Cena ha un valore ancor più grande perché in momenti di grande difficoltà l’uomo rischia “cannibalizzarsi”. Quello che dobbiamo fare per uscire da questo vortice buio, invece, è dimostrare amore per il prossimo.
«Ciò che non mi uccide mi rende più forte». Lo disse il filosofo Nietzsche, autore, fra l’altro, di un libro intitolato L’anticristo. Ma anche da questa massima possiamo cogliere il messaggio pasquale: superare le difficoltà, seppur grandi ed apparentemente insormontabili e correre con speranza verso l’orizzonte di luce.
Auguro a tutti voi una Santa Pasqua.

lunedì 14 marzo 2011

La via italiana dell'energia nucleare

Il terribile terremoto in Giappone dimostra oggettivamente l'insicurezza dei reattori nucleari tradizionali, quelli che utilizzano il metodo della 'fissione' nucleare. L'Italia e' immune da simili rischi in forza di un referendum popolare che ebbe, nel 1987, un esito plebiscitario, imponendo la chiusura delle nostre centrali.
Ribadisco quello che capirebbe chiunque: abbiamo la grande opportunità di investire sul nucleare pulito, trasformando in rara forza la nostra apparente debolezza data dall'assenza di reattori nucleari sul nostro territorio. Possiamo provare, abbandonando la nostalgica scelta della realizzazione dei vecchi reattori di terza generazione, ad arrivare per primi al mondo sulla frontiera del nucleare pulito. Questo primato darebbe all'Italia una forza strategica economica e geopolitica.
Le grandi aziende del settore lavorino dunque su questo senza timidezza, la politica dia questo input, sconfiggendo quei 'ricopioni' che vogliono mettere l'Italia in coda a Francia e Stati Uniti.
Creiamo quindi la via italiana al nucleare pulito con un grande sforzo scientifico e industriale e con un sodalizio bipartisan delle forze politiche su questa prospettiva, stanando anche i rifiuti talebani di chi dice di essere contro la fissione nucleare, ma, in realtà, si appresta a essere contrario anche al nucleare pulito.

Donne, basta retorica inutile, passiamo ai fatti

Per evitare di essere frainteso voglio dire subito che se fossi una donna scenderei in piazza. Lo farei come succedeva trent'anni fa e non solo per protestare contro gli stupri. Oggi lo farei per non farmi prendere in giro.
Se siamo tutti d'accordo sul fatto che esiste un ritardo culturale che non valorizza adeguatamente la donna e le sue specifiche esigenze non si capisce perché tutto rimanga come prima. L'intervento del governo sul quoziente familiare andrebbe calendarizzato con precisione e invece non si riesce a capire se e quando si farà. Non ci sono convincenti politiche a sostegno della maternità e si è costretti a constatare che 1/3 delle donne rinuncia al lavoro dopo il primo figlio e il 50% dopo il secondo. Nella stragrande maggioranza dei governi locali le donne non ci sono o sono presenti con numeri ridicoli, inserite per questioni di marketing, più che per rispettarne la dignità e il ruolo nella società. Infine ci sono ancora il 90% di società partecipate o di enti e agenzie pubbliche che non hanno nei Cda o nel management interno una sola donna. Eppure di professioniste, imprenditrici, docenti universitarie, manager, ce ne sono a decine di migliaia. 
Il punto centrale della rappresentatività femminile non è soltanto quantitativo, ma anche qualitativo: una donna non valorizzata dalle Istituzioni, non considerata dalla politica, estromessa dalla gestione delle aziende pubbliche e private non è considerata una persona, ma una seccatura o direttamente un "oggetto". A questo fattore culturale, a mio giudizio, si legano episodi di mobbing, stalking, maltrattamenti, violenze e stupri, nonché il fenomeno delle mancate denunce da parte delle vittime. Sarebbe più difficile commettere violenza su persone che vengono considerate strategiche nel loro ruolo sociale e culturale. La politica ha oggi gli strumenti per dare risposte concrete, la smetta quindi di fare demagogia indicendo manifestazioni.

venerdì 25 febbraio 2011

Fra' Dario, l'insultatore ufficiale di Berusconi

Ma cosa sarebbe la vita di Dario Fran­ceschini senza Berlusconi? Lui si al­za ogni mattina, si lava i denti e si puli­sce gli occhialini, poi si mette il vestito buono con un chiodo fisso: all’una deve giustificare la sua giornata presentando­si davanti alle telecamere dei tg a insulta­re Berlusconi. Non risultano altre attivi­tà o compiti diversi oltre quello di Insultatore Ufficiale di Berlusconi. Avrà pure i biglietti da visita con quel titolo. Forse è rimasto scosso, e magari menomato, dallo scontro elettorale con Berlusconi quando lui fu reggente del Pd, poi perse, restò solo e finì autoreggente. Allora gi­rava l’Italia a piedi pur di farsi beccare all’ora X dal tg e fare la sua gag contro Berlusconi. Andava all’Aquila, ai confi­ni della realtà, posava in camicina, finge­va di occuparsi della gente. Franceschi­ni, notai una volta, sembra il fratello mi­nore di Fini che ha studiato in semina­rio. Visi lunghi e stature affini, stessa ca­denza emiliana e occhialini, stesso bar­biere, ma timbro di voce modificato in oratorio; persino il cognome è la versio­ne prolissa e francescana di Fini, analogo in capo e coda. Fra’ Dario è un rias­sunto italiano vivente: nonno fascista, padre partigiano, lui democristiano e si­nistrese. Se ha una figlia velina è la fami­glia- tipo. Gli è rimasta la fissa di Berlusca e così ogni santo giorno esce dall’ordine dei franceschini e va in tv per dire al reo Sil­vio: dimettiti. Non è il solo, c’è una com­pagnia di giro di comparse dei tg che vi­ve di quei 22 secondi di teleinsulto col solito finalino: dimettiti. Anche tra i ber­luscones, ovviamente,c’è chi campa fa­cendo in tv l’esorcismo inverso. Mi pia­ce­rebbe sapere cosa fanno dopo la com­parsata questi figuranti, se c’è un pulmino della Rai che li raccatta, con la raccol­ta differenziata, li nutre e li deposita in appositi astucci porta-voci, riusandoli il giorno dopo. A volte in magazzino si ri­versa qualche figurante: è il caso, ad esempio, di Bocchino, finito nel conteni­tore opposto. Vorrei capire se dentro i franceschini c’è una sim card con que­sto programma oppure se sono umani degenerati in ripetitori automatici. Comunque la loro password è: berlusconi.